L’ombra del mare

Una mattina il rumore delle grandi macchine cessò. Quel suono continuo, profondo, che l’aveva fatta addormentare la sera, che aveva popolato i suoi sogni, che le aveva tenuto compagnia negli interminabili giorni di navigazione, all’improvviso svanì, e lei sentì i pensieri urlare nella propria testa, perché senza accorgersene si era abituata a pensare più forte per sovrastare il rumore, e le ci vollero alcuni istanti per tornare a un volume sopportabile, siamo arrivati, Mariuccia, si avvicinò alla finestrella stagna chec’era nella cabina, e per la prima volta in tutta la traversata scostò la tendina e la aprì, ma senza guardare fuori, ecco il porto, te lo ricordi, e il porto stava entrando lentamente dalla piccola apertura in una complessa stratificazione di odori, anni di reti ammuffite nel buio delle rimesse, di pesce lasciato seccare sul fondo delle barche, di catrame usato per chiudere le fessure del legno, anni di sale, di pioggia e di scirocco, che ora avvolgevano la nave con ampie volute e ne prendevano possesso. Guardò le valige già pronte da diversi giorni, e si sedette sul letto ad aspettare. Quando fu certa che tutti fossero scesi dalla nave, prese le sue cose, aprì la porta della cabina e si diresse sul ponte. Non conosceva molto dell’imbarcazione, visto che non era mai uscita se non per lo stretto indispensabile. Adesso, con più nessuno a bordo, le sembrava un grande animale triste i cui mantici stanchi avevano smesso di soffiare e che si dondolava pigramente facendo gemere le cime d’ormeggio. Non aveva nessuna fretta di andarsene, e camminava a caso, curiosando, senza cercare nulla, ma si trovò ugualmente davanti alla scaletta per scendere, non guardare adesso, Mariuccia, come non hai guardato quando siamo partite, sei riuscita a non vedere il mare fino a ora, non rovinare tutto, iniziò a scendere piano gli scalini con lo sguardo fisso sulle barche dei pescatori tirate in secco per il rimessaggio, la testa le girava ma sentiva che poteva controllarsi, siamo quasi arrivate, non preoccuparti, e finalmente scese l’ultimo gradino e mise un piede sul molo, vedi, è come ti avevo promesso sorellina mia, ti ho riportata a casa.

La città non era cambiata. La gente era vestita in maniera diversa, la piazzetta del molo brulicava di macchine, e i negozi esponevano merce che facevano pensare a paesi lontani dal mare. Ma se chiudeva gli occhi vedeva i suoni di sempre, le risa alle finestre, le grida dei pescivendoli, sentiva i vicoli com’erano prima, sudici e bui, e l’odore della miseria le entrava nelle narici, vieni, Mariuccia, la strada la troveremo, e si mise in cammino con gli occhi aperti ma senza vedere fuori, qui abitava la signora Anna, stava seduta sulla porta a trovare il fresco, come sta, signora, papà mi ha mandato a comprare vino e pane bianco, mi scusi ma non mi posso trattenere, guarda, lì una volta ero caduta e non smettevo di piangere, allora mi hanno portata a spasso sul carretto degli asini, dov’è la salita, eccola, la ricordavo più lunga e ripida, forse le gambe di una vecchia sono più forti di quelle di una bambina, o prima le cose ci sembravano più grandi perché avevamo più spazio nell’immaginazione e dovevamo riempire il vuoto, ora carichi di ricordi non osserviamo più perché non sapremmo dove mettere le novità, dimentichiamo, ma lo spazio non aumenta, ogni ricordo che se ne va ne porta via altri, attenta, qui bisogna girare, siamo quasi arrivate, ecco il grande albero di limoni dai cui rami mi lasciavo cadere, quanti frutti gli ho rubato solo per incidere coi denti la buccia spessa e sentire l’odore che mi inebriava, il sapore non lo sopportavo, ma il profumo era ricco di promesse, raccontava di terre bruciate dal sole, di cieli neri fitti di stelle, perché ti parlo di queste cose, Mariuccia, tu non c’eri e non le hai conosciute, e neanche adesso potrai, perché l’albero non c’è più, il giardino è sparito portando con sé tutte le cose, che peccato, sorellina mia, non troverò più limoni con la buccia così piena di storie.

La gente nel vicolo cominciava a essere curiosa di quella vecchina ferma sotto il sole a guardare chissà che. Qualcuno si affacciò alla finestra, qualcuno sorrise, ma nessuno disse nulla, finché, dopo una conversazione fatta di sguardi stupiti una donna si avvicinò, ha bisogno di qualcosa, signora,  non le fa bene stare qui con questo caldo, entri un momento e si sieda, e lei si fece guidare senza dire nulla in una casa buia per una porticina stretta, e subito sentì il fresco dell’umidità che evaporava dai muri, era sempre quello, sediamoci, Mariuccia, cercava qualcuno o qualcosa, e solo allora aprì gli occhi, e guardando volti di tanti anni prima, sono nata lì, disse, sono stata la bambina di quella casa.

Il vicolo si mosse, si stirò, e lentamente cominciò a oscillare, prima con movimenti piccoli e bruschi, poi sempre con maggiore continuità e ampiezza fino a smuovere il vicolo accanto, e poi quello dopo ancora, allora la curiosità si diffuse come un liquido attraverso canali stretti e tortuosi, le voci, le domande e le supposizioni, si propagarono e mutarono, già dopo qualche isolato la storia era diventata un’altra, in un altro tempo e con altri personaggi, che erano quelli della memoria di ognuno, e un’ansia generale, un bisogno di passati da ricordare frugarono negli angoli remoti delle soffitte e nei racconti inascoltati degli anziani, nell’umidità delle cantine vuote, nella luce che già nel primo pomeriggio abbandonava le case e le lasciava nella penombra dell’eternità.

Le chiavi arrivarono, facendo a ritroso il percorso che avevano fatto le parole, le provarono, erano loro, vecchie, arrugginite, ma ancora funzionavano, e allora corsero dalla vecchina, ché non avrebbero voluto darle una delusione, le abbiamo trovate, signora, abbiamo aperto, la accompagnarono, ma davanti al portone nel quale nessuno aveva voluto entrare, lasciatemi, fece lei, devo andare da sola, e a nulla valsero le proteste di chi si sentiva defraudato, come, dopo tanta attesa e tanta partecipazione, e poi alla sua età è pericoloso, ma lei già non sentiva più nessuno, e stava richiudendo la porta dietro di sé.

La gente, ormai dispersa, era tornata alle proprie faccende e si era dimenticata la signora nella casa, ma lei stava ancora con la schiena appoggiata al portone, e nonostante fosse passato il tempo e gli occhi si fossero abituati all’oscurità non riusciva a vedere il più piccolo spiraglio di luce. Non fa nulla, Mariuccia, tanto la casa la conosciamo già, anzi, così le menzogne degli anni non ci ingannano, anche se tu la casa l’hai vista solo così, da dentro il tuo buio, per cui in qualche modo sei avvantaggiata rispetto a me, allora ti prego, fammi strada, vediamo se ricordi dov’era la cucina.

Ecco, lo sapevo, ti sei sbagliata, qui ci sono dei divani. Non te la prendere, magari l’hanno spostata, chissà dov’è andata a finire, in ogni caso non sarebbe mai stata quella dove cucinavo per tutti e due, no, non per noi, per me e papà, tutte le sere, ché a pranzo non c’era mai e io allora nemmeno mangiavo, ma poi arrivava, stanco e bianco di sale, dove sei stato, gli chiedevo anche se lo sapevo, ma era un gioco, in fondo al mare, diceva lui, e cosa hai visto, un pesce, dei sassi colorati, e poi, alghe verdi, lunghe, come capelli di bambina, che danzavano seguendo la corrente, e mi sfioravano il viso, lo accarezzavano, e un cavalluccio di quando ero piccolo, che sembrava dondolare bloccato tra due rocce, e a quel punto lo fermavo, perché non volevo ascoltare di più, allora gli saltavo al collo e lo abbracciavo, e sentivo l’odore di tutte le cose che aveva visto quel giorno e in quelli precedenti, perché anche se poi si lavava l’odore non andava mai via, e si sommava giorno dopo giorno in una storia che non lo abbandonava mai, e per me era l’essenza di mio padre, anche se allora non lo sapevo e l’ho capito dopo, ma lui già era troppo lontano perché ne sentissi l’odore, anzi, ero lontana io, e anche se adesso sono tornata non lo posso più sentire. Sediamoci, Mariuccia, sono un po’ stanca, vedi se riesci a trovarmi una sedia.

Il buio nella casa si spostava, andando da un luogo a un altro, e lasciava il posto non alla luce ma ad una diversa oscurità, alziamoci, Mariuccia, non abbiamo tanto tempo e la casa è grande, portami alla camera da letto di mamma, la chiamavo ancora così anche quando ormai ci dormiva papà da solo, è in fondo al corridoio, dalla mia cameretta sono quindici passi, uno, due, tre, quattro, cinque sei, sette, otto, nove, dieci, undici, siamo già arrivati, o la casa è diventata più piccola o facevo apposta i passi piccoli piccoli, aprimi la porta, per favore, ecco, la vedi sul comò la foto di mamma quando si è sposata, spero ci sia, io non vedo nemmeno il comò, ma lei la ricordo così, con il sorriso lungo e gli occhi tristi che sembrano guardare qualcosa di lato rispetto alla persona che ha fatto la fotografia, qualcosa che stona con l’allegria di quel giorno, lei sembra sul punto di dire qualcosa  ma non ha fatto in tempo perché la foto è stata fatta, e il momento che è rimasto sopra è quello, e non quello dopo, così che non sapremo mai quello che aveva visto e ciò che voleva dire, anche se le parole non si sarebbero sentite nella stampa, e forse era solo un pensiero, un’ombra che le aveva attraversato la mente, un’intuizione, o un presagio, ma ogni volta che mi sentivo sola prendevo la foto e le parlavo e cercavo di scoprire qualcosa dal suo sguardo per rubarle il segreto, forse c’era un particolare che mi era sfuggito, un riflesso negli occhi, o una figura sfocata nello sfondo, che era un ristorante sul mare, ma lei non diceva nulla, era sempre la stessa anche se mi sembrava che si sposasse di nuovo ogni volta, era come se fosse esistita solo quel giorno che poi si era ripetuto all’infinito, giovane e bella mentre papà invecchiava, e questo la rendeva la culla dei miei ricordi e delle mie speranze, perché lei era tutto, il passato, e il futuro, che non avrebbe mai potuto cambiare, e ora, come la trovi, Mariuccia, mamma è sempre la stessa, o non la riconosci più.

Fuori il sole era sceso sul mare, e disegnava più lunghe le ombre delle barche sui muri delle case intorno al porto. Lei saliva un gradino alla volta la vecchia scala di legno, che ridere sorellina, da piccola ho sempre avuto paura di andare in soffitta perché faceva buio, e adesso non vedo nemmeno dove metto i piedi, magari da una fessura del tetto entra luce e si vede qualcosa, ma non ci sperare troppo, infatti, cosa ti avevo detto, nemmeno qui corriamo il rischio di essere deluse, e allora facciamo come ricordavo, andiamo in fondo e sediamoci per terra, venivo qui quando avevo voglia di vedere il mare, si, lo so, non si vede niente da qui, non c’è nemmeno un buco, ma io me lo immaginavo, prendevo da terra la vecchia cornice di un quadro e la appoggiavo alla parete facendo finta che fosse una finestra, e guardavo, cosa, quello che non riuscivo a vedere altrimenti, tutto quello che sempre mi sfuggiva e mi sembrava ostile, le cose che non capivo perché sono nata sul mare ma l’ho visto sempre da lontano, mio padre mi ci ha portato solo poche volte, due, o tre, ora non ricordo, ma questi momenti avevano cambiato la mia vita, che dopo non mi era sembrata più la stessa, la prima volta papà mi aveva svegliata che era notte e aveva detto, vieni, andiamo in mare, ed eravamo usciti dal porto che il sole cominciava a spuntare, lui remava e non diceva nulla, ma io tremavo per il freddo, e abbiamo continuato così per un pezzo, fortuna che il sole intanto si alzava e  cominciava a scaldarmi, e a un certo punto, come se fossimo arrivati in un luogo che doveva essere quello e nessun’altro si è fermato ed ha detto, è qui, come se fosse la cosa più naturale del mondo, ma io vedevo solo mare e nient’altro, la costa era piccolissima e quasi non si distinguevano le case, e non riconoscevo nulla, ché mai avevo visto il paese così lontano e il mare era profondo e scuro come la notte, cos’è quella cosa che si vede lì sotto, cos’è che inghiotte la luce del sole, gli ho domandato, l’ombra, rispose lui, l’ombra che il mare proietta sul fondo disegnando il contorno di ciò che contiene, e cosa contiene, la vita, e allora guardai nuovamente, e vidi, ciò che diceva mio padre, prima solo un accenno di movimento, poi un guizzo, e subito già distinguevo la traiettoria che era la più difficile, poi un’altra, allora ne vennero molte, la vista mi si riempì di immagini in movimento e mi resi conto che tantissimi di occhi mi fissavano dal buio senza fine, qualcosa mi chiamava ma non ho risposto, invece ho alzato lo sguardo sull’orizzonte e ho visto la terra, con tutte le casette una sull’altra, era così diversa da come la conoscevo, sentivo che solo ora la guardavo dalla parte giusta, vedevo le strade, il porto, le barche anche se erano lontane, vedevo le vecchiette, Lighee antiche e aggrinzite sedute sull’uscio di casa a vegliare i loro Poseidoni agonizzanti prima di tornare da dove erano venute e lasciare che il loro profilo si disegnasse nuovamente nell’oscurità, capivo finalmente da dove venivano i venti, i cambiamenti di umore, il delirio delle febbri, gli incubi del pomeriggio, i turbamenti delle notti d’estate, i demoni che visitavano la mia mente nelle sere di scirocco, era tutto lì, nell’ombra del mare, come un disegno infinito che si dipanava sotto di me aspettando di essere letto e che io ora vedevo per la prima volta.

Mariuccia. Su, Mariuccia, non fare così. So che non vuoi scendere, che quassù stai bene, e poi c’è un splendida vista, ah, vedi che adesso te ne sei accorta, ma non possiamo, dobbiamo tornare giù, c’è rimasta una stanza da visitare, la mia, dovrei dire la nostra, ma ci ho dormito da sola per tanti anni, poi non più, all’inizio accadeva di rado, solo qualche notte, papà apriva piano la porta  per non svegliarmi e mi si sdraiava accanto, io facevo finta di dormire ma non era vero, stavo con gli occhi chiusi e sentivo la sua angoscia, il respiro forte ed irregolare, si vedeva che faceva uno sforzo per non svegliarmi, io avrei voluto dire qualcosa per tranquillizzarlo ma sempre mi addormentavo, e alla mattina non c’era più. Una volta, quando già aveva cominciato a venire tutte le notti, aprii gli occhi, lo guardai e dissi, sono sveglia, papà, lo sono sempre stata, e lui senza parlare mi ha toccato piano, era la prima volta che lo faceva ma non ero preoccupata, sapevo che dopo si sarebbe calmato, e infatti fu così, dopo si addormentò, e io rimasi a guardarlo fino a quando mi addormentai anch’io, e alla mattina se ne era andato di nuovo. Da quel giorno, però, non mi portò più sulla sua barca. Ma ormai io non ne avevo più bisogno, tutte le cose erano dentro di me e le vedevo sempre, ogni momento, quando ero sola in casa, o quando uscivo, erano dappertutto, le riconoscevo facilmente, anche se sapevo che non tutti le vedevano, e qualche volta coglievo lo sguardo ammiccante di una vecchina e le sorridevo, felice di poter condividere quel grande segreto, forse un giorno ne avremmo parlato ma ancora non ero pronta, non avrei saputo cosa dire, per cui mi limitavo a farle capire che sapevo e proseguivo oltre. Per molto tempo andò così, e se ripenso a quei momenti credo di essere stata completamente felice. Mi ero abituata alle visite di papà, pensavo che non volesse dormire da solo dopo che mamma se n’era andata. L’ombra del mare mi accompagnava e la vita aveva un senso, un equilibrio, che dopo non ha più avuto. Dopo la notte, dopo quella notte. Anche se non mi ero resa conto di cosa avesse significato veramente, e per un po’ di tempo mi ero illusa che le cose potessero continuare a essere quelle di prima. Invece papà già dal mattino non era più lo stesso, evitava di guardarmi negli occhi, e mi rivolgeva raramente la parola. Non venne più a dormire nella mia stanza, anzi, non tornava a casa nemmeno per la cena, che io regolarmente continuavo a preparare, e allora anch’io smisi di mangiare, e aspettavo, che lui mi parlasse, che ricominciasse a tornare prima a casa la sera, ma lui faceva di tutto per non incontrarmi, e così non si accorse dei segni che si andavano scavando intorno ai miei occhi, della pelle che si faceva trasparente per le notti trascorse nell’attesa, delle ossa che diventavano di cristallo, io cercavo di andare con la mente alle immagini di prima, per trovare conforto, magari una ragione, un significato, ma non le trovavo, non le vedevo più, e alla fine ho creduto di essermele solo immaginate, fino al giorno, un pomeriggio, in cui tornò, c’era ancora il sole sul mare e io ero in casa ad aspettare il nulla, aprì la porta e mi guardò, in silenzio, e subito mi accorsi che non mi riconosceva, leggevo nei suoi occhi lo stupore di trovarsi di fronte a una creatura fatta di aria, poi, quando si fu ripreso, abbassò lo sguardo e sentii la sua voce di nuovo dopo tanto tempo, per la prima e l’ultima volta, devi andartene, devi andare via.

Sorella, sorellina, apri gli occhi, non piangere adesso, guarda un’ultima volta prima di partire, cerca di imprimere nella memoria i dettagli, gli odori, i rumori per poter ricordare, che dopo solo questo sarà quando saremo lontane, prepariamoci come ho fatto io quella sera, sapevo che non sarebbe tornato a casa fino a quando non fossi andata via, per cui sistemai alcune cose nella vecchia borsa da viaggio della mamma, quanto mi era costato entrare nella sua stanza e aprire l’armadio, per la prima volta dopo tanto tempo rivedevo i suoi vestiti che erano ancora nuovi, li accarezzai, mi sembrava di sentire ancora il suo profumo, ma non c’era tempo, uscii di casa che era già buio, uscimmo, Mariuccia, attraverso un paese che non conoscevo più, che avevo già dimenticato, e siamo salite sulla nave, la stessa che avevamo sentito partire tutte le sere per anni, chi si sarebbe mai immaginato che un giorno ci avrebbe portato via, sono salita sul ponte e ho chiuso gli occhi, ché non sarei riuscita a vedere il paese che si allontanava, e ho sentito il vento sulla faccia, il vento della mia terra che scappava, e quando ho riaperto gli occhi, l’ho vista, l’ombra del mare, salita in superficie e che lo riempiva tutto, era così, allora, l’ombra era il mare stesso, un abisso di oscurità sul quale di giorno si rifletteva una debole luminescenza ma solo per non farci vedere, non farci capire, perché non lo sopporteremmo, che in realtà c’è solo il buio, che la vita è un agitarsi in fondo ad abissi oscuri, sentii papà rispondere alla mia domanda, cosa c’è, là sotto, la vita, era questo, allora, lo vidi sorridermi triste in piedi sulla barca, e poi su di me, quella notte, io mi ero addormentata presto ma mi ero svegliata con un peso e un affanno sul petto, lui gemeva e piangeva, io non capivo, lo guardavo ma non riuscivo a trovare i suoi occhi, provavo pena per lui che si agitava e soffriva, avrei voluto fare qualcosa, ma ero come paralizzata, poi ad un certo punto strinse i denti e si contrasse tutto tremando, mi afferrò le braccia così forte che credevo si rompessero, poi quasi esplose, gli uscì un getto d’aria dalla bocca e solo allora si rilassò lasciando le braccia indolenzite, rimase abbandonato su di me per qualche istante, e poi si alzò e uscì, senza mai più tornare nella mia stanza buia che da quel giorno lo divenne sempre di più, riempiendosi di ombra e di vita, ah, Mariuccia, sorella mia, figlia mia, quella notte hai visto tutto il male del mondo insieme, era troppo per i tuoi occhi non ancora aperti, e allora l’unica cosa che ho fatto è stata non farteli aprire mai per strapparti a tutto questo, a tutte le cose alle quali ti ho riportato ora, Mariuccia, figlia mia, se sulla nave avessi potuto guardarmi negli occhi avresti visto cosa guardava mia madre nella foto del suo matrimonio, il mare, e la sua ombra, ma non aveva fatto in tempo a dirmelo, o io non l’avevo capito, sino a quel momento, ma ti potevo salvare e l’ho fatto come ho potuto, facendoti rimanere sempre com’eri quella notte, piccola, piccolissima, dentro di me, non ti ho fatta uscire mai, e così non hai dovuto vedere il mare, e nemmeno io l’ho più visto, siamo andate in un posto dove il mare non sarebbe mai arrivato, e lì abbiamo passato la nostra esistenza, e anche se l’ombra non ci ha più abbandonato ci siamo sentite sicure insieme, crescendo insieme, invecchiando insieme, tornando bambine insieme, Mariuccia, sorellina mia, sei stata la mia vita, ma ora prendimi la mano e portami via da questa casa, ché fuori è già buio e tra poco la nave partirà per portarci via un’ultima volta, chiudi gli occhi e andiamo, ma guidami, perché non vedo più.

Il sole giocava con le creste delle onde, creando strani riflessi che proiettavano figure sulla superficie dell’acqua circostante. La vecchina, seduta sui calcagni, guardava ora il mare, ora le sue mani, che strofinava in continuazione, ma non era tanto questo ad attirare l’attenzione della gente intorno a lei quanto il fatto che di quando in quando borbottava qualcosa come se stesse parlando con qualcuno lì vicino, ma sembrava tranquilla, e sorrideva. E’ passata la notte, Mariuccia, e indovina un po’, c’è il sole sul mare, sì, lo sto guardando, è da tanto che lo guardo ma non volevo svegliarti, eri così bella con gli occhi chiusi, anche se l’alba è stata incredibile, uno spettacolo di luci e colori, ho visto l’acqua schiarirsi e diventare verde, poi celeste, e poi azzurra, com’è adesso, e ho fatto attenzione, e mi sono accorta che si muovono tante cose dentro, non ci crederesti mai, cose che al largo  non vedi, ma che sedute su queste rocce, come noi adesso, si vedono benissimo, cosa, un pesce, dei sassi colorati, e poi alghe verdi, lunghe, come capelli di bambina, che danzano seguendo la corrente, e un cavalluccio di quando ero piccola, che sembra dondolare bloccato tra due rocce, e altri pesci piccoli piccoli, e mia madre, seduta sul mio letto, che mi pettina i capelli, sfiorandoli appena con le sue mani leggere che sembrano di vetro, mamma, mammina, ho allungato la mano per toccarla, ma non ci sono riuscita, e mi è venuta una gran voglia di rivederla, allora andiamo, Mariuccia, torniamo a casa, facciamo presto, perché lei non debba svegliarsi senza di noi, e non debba uscire per cercarci, ancora.

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